
Un'opera alla settimana, in una galleria fra gli ulivi e i trulli: pareti bianche, vetrate sul campo, e l'inimitabile luce della Puglia.

Così Platone, nel Timeo, descrive la chōra. È il nome che abbiamo dato a questo segno: un quadrato attraversato da due diagonali. Il segno è molto più antico del nome: c'è già su una tavoletta d'argilla babilonese di circa 3.700 anni fa, forse l'esercizio di uno scolaro, e lungo una diagonale è scritta la radice di due. Un campo chiuso, attraversato da una misura senza fine. Le iniziali dell'artista che qui è di casa, Nicola Zucchi, lo disegnano da sole: la N traccia i lati verticali e una diagonale, la Z gli orizzontali e l'altra. Il quadrato diventa così un campo di possibilità, dove opere, persone e immaginazione si incontrano, collidono, s'accordano.





In CHORA prendono corpo le opere di una costellazione di artisti — Olivia Stark, Giuseppe Chiron, Sam Vancoiver, Fab Bacon — ognuno con una biografia, una poetica, dei critici che ne scrivono. Sono eteronimi di Nicola Zucchi, à la Pessoa: ogni nome attiva un punto di vista sul mondo e scrive ciò che gli altri non saprebbero dire. Accostano cose già date — una tutina, un bottone, una rete, una miniatura — finché diventano un'opera. «È una piccola follia organizzata che mi tiene compagnia», dice Nicola, «e mi apre strade creative che con la mia identità non saprei concepire.»
immerso nell'arte.
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